Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende rendere memoria a
Ciro Zirpoli, vittima innocente della violenza camorristica, ucciso a soli sedici anni in un contesto
di ritorsione mafiosa che ha colpito non soltanto una giovane vita, ma i principi fondanti dello Stato
di diritto e della convivenza civile.

Nel 1996, nel territorio di Ercolano, il controllo delle attività criminali è esercitato dal clan Ascione,
consolidatosi nel corso di decenni attraverso il traffico di stupefacenti e il dominio sistematico del
territorio. Tale assetto viene profondamente scosso dall’operazione Nemesi, che conduce all’arresto
di 194 affiliati. Tra questi figurano Leonardo e Salvatore Zirpoli, i quali intraprendono un percorso
di collaborazione con la giustizia insieme al fratellastro Giuseppe Brisciano. Le dichiarazioni rese
producono un rilevante avanzamento dell’azione giudiziaria, coinvolgendo anche i clan Abbate,
Cozzolino e Vollaro, operanti nell’area di San Giorgio a Cremano, e dando impulso a indagini su
presunte collusioni tra apparati istituzionali e criminalità organizzata.

La risposta del clan Ascione si manifesta attraverso una sequenza di azioni violente e intimidatorie.
Il 28 marzo 1996 viene gravemente ferita Giuseppina Brisciano, sorellastra dei fratelli Zirpoli,
colpita al petto e sopravvissuta solo per circostanze fortuite. Il 4 aprile dello stesso anno, a Portici,
un ordigno esplode davanti al ristorante di Anna Imparato, convivente di Leonardo Zirpoli.
Nonostante le pressioni e le minacce, i fratelli Zirpoli decidono di proseguire nella collaborazione
con la giustizia, subendo l’isolamento e il ripudio da parte del proprio nucleo familiare.
Il 26 gennaio 1997 la violenza mafiosa raggiunge il suo apice con l’omicidio di Ciro Zirpoli, figlio
di Leonardo. Ciro è un minorenne, ancora in età adolescenziale, cresciuto in un contesto familiare
segnato da fragilità e contraddizioni, ma titolare, come ogni giovane, del diritto inviolabile alla vita,
alla sicurezza e alla possibilità di costruire autonomamente il proprio futuro. Quel giorno, mentre si
allontana da un luogo di ritrovo abituale nel quartiere di Pugliano, viene colpito alle spalle da un
proiettile che si rivelerà fatale. Morirà poche ore dopo presso l’ospedale Maresca di Torre del
Greco.

L’uccisione di Ciro Zirpoli costituisce una gravissima violazione dei diritti fondamentali della
persona, sanciti dalla Costituzione italiana e dalle principali convenzioni internazionali in materia di
diritti umani. Il suo assassinio, motivato esclusivamente dal legame di sangue con un collaboratore
di giustizia, evidenzia una delle strategie più crudeli della criminalità organizzata: colpire i familiari
per esercitare una pressione indiretta, trasformando l’appartenenza familiare in una condanna
collettiva e negando il principio di responsabilità personale su cui si fonda l’ordinamento giuridico
democratico.

La ferocia del clan non si arresta neppure di fronte alla morte: il 10 febbraio 1997 la tomba di Ciro
viene profanata, con la distruzione della lastra funeraria e dei simboli sacri, in un ulteriore tentativo
di annientare non solo la memoria della vittima, ma il valore stesso della dignità umana.
La madre del ragazzo, Maddalena Iacomino, negherà di aver ricevuto minacce e rinnegherà il
marito, a dimostrazione di quanto il sistema mafioso sia in grado di esercitare un controllo
profondo, silenzioso e pervasivo sulle coscienze, sui legami affettivi e sulla libertà di
autodeterminazione delle persone coinvolte.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene imprescindibile che la
memoria di Ciro Zirpoli venga tutelata, trasmessa e valorizzata, in particolare all’interno delle
istituzioni scolastiche. Veicolare figure come la sua nei percorsi educativi significa restituire
centralità alle vittime innocenti delle mafie e sottrarle al rischio dell’oblio o della riduzione a meri
dati di cronaca giudiziaria.

La scuola, quale luogo costituzionalmente deputato alla formazione della persona e del cittadino, ha
il compito di rendere intelligibili ai giovani le conseguenze concrete della criminalità organizzata
sulla vita delle persone, soprattutto dei minori. Raccontare la storia di Ciro Zirpoli agli studenti
significa mostrare come le mafie neghino sistematicamente il diritto alla scelta, al futuro e alla
speranza, colpendo proprio coloro che dovrebbero essere maggiormente tutelati.

Educare attraverso queste storie non equivale a indulgere nel dolore, ma a trasformare la memoria
in strumento di consapevolezza critica. Significa affermare che nessun ragazzo deve essere definito
dal contesto in cui nasce, né condannato per le scelte altrui, e che la legalità non è un principio
astratto, bensì una pratica quotidiana che richiede conoscenza, responsabilità e coraggio.
Ricordare Ciro Zirpoli a scuola è, dunque, un atto educativo di alto valore civile: un modo per
rafforzare la cultura dei diritti umani, promuovere la cittadinanza attiva e costruire anticorpi
culturali contro ogni forma di violenza mafiosa. La memoria, quando diventa sapere condiviso, si
trasforma in prevenzione e in impegno per una società più giusta, consapevole e rispettosa della
dignità di ogni persona.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno
CNDDU

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