Il sistema sanitario avrebbe dovuto rafforzarsi anche attraverso il nuovo modello degli incarichi per il
personale di comparto, stabilito dal CCNL 2019–2021 e aggiornato dal CCNL 2022–2024, firmato all’ARAN il
27 ottobre 2025.
Linee guida chiare, trasparenza, competenza, merito, criteri di valutazione oggettivi: queste
erano le premesse.

E invece, nella rete ospedaliera e sul territorio, ciò che emerge è una ricostruzione dell’organizzazione che
sembra obbedire più al caso che alla logica. Una riforma nata per portare ordine rischia di diventare un
gigantesco gioco di società, dove incarichi, accorpamenti e indennità vengono estratti come fossero numeri
su un tabellone di tombola.
Il documento aziendale della ASL Napoli 1 Centro sulla nuova Mappatura degli Incarichi, che dovrebbe
rappresentare il quadro ragionato delle responsabilità professionali, restituisce invece un mosaico
sconnesso:
• servizi e reparti accorpati senza tener conto di peculiari specificità;
• incarichi dilatati oltre ogni coerenza funzionale;
• attribuzioni spalmate senza un criterio comprensibile;
• indennità che oscillano da 5.000 a 11.000 euro come in un sorteggio festivo.
Tuona duro il Segretario Generale della Federazione nazionale lavoratori Italia il dott.Giuseppe ALVITI che sottolinea come se prima i
Professionisti sanitari gestivano un ambito definito ora si troveranno improvvisamente
responsabili di unità multiple, sedi diverse, funzioni non compatibili o addirittura esautorati d’emblée, come
se qualcuno avesse messo carte e reparti in un bussolotto, agitato e poi estratto combinazioni casuali.
A questa situazione si aggiunge un elemento troppo spesso taciuto: tutti gli incaricati si aspettavano, al
termine del triennio, non una nuova prova selettiva, ma il rinnovo automatico per ulteriori tre anni, come
previsto dal contratto che ha istituito questa funzione, salvo la presenza di un procedimento disciplinare o di
una valutazione negativa del proprio dirigente. Un principio chiaro, contrattuale, che avrebbe dovuto
garantire continuità, equità e rispetto del lavoro svolto. E invece, anche qui, si apre l’ennesima zona d’ombra.
La domanda sorge spontanea: dov’è il progetto? dov’è il criterio? dov’è la regia?
Perché tutto questo accade?
Perché le Direzioni — e in particolare quella delle Professioni Sanitarie — non guidano, non spiegano, non
motivano, e nel primo triennio di ruolo gli incaricati di coordinamento non hanno ricevuto un solo feedback
che si possa chiamare tale.
A ciò si aggiunge che le nuove pesature delle indennità di coordinamento risultano mediamente calcolate al
ribasso, proprio laddove dovrebbero riflettere complessità e responsabilità crescenti come, di fatto,
riscontrate sul campo dalla “prima applicazione”.
Nessun documento tecnico, nessun razionale organizzativo, nessuna relazione che giustifichi accorpamenti
così delicati e impattanti sul personale e sui pazienti. Una Direzione che dovrebbe essere il perno
dell’organizzazione professionale si limita, nei fatti, a osservare. Il risultato è un sistema lasciato a sé stesso,
vulnerabile a pressioni interne, a giochi di potere, a soluzioni estemporanee.
La DPS avrebbe il dovere — non l’opzione — di garantire criteri condivisi, trasparenza e coerenza.
Oggi, questo dovere appare disatteso.
In questa confusione, qualche sigla sindacale (ogni riferimento non è casuale) non solo non contribuisce a
riportare chiarezza, ma sembra approfittare della situazione per “marcare il territorio”. Invece di difendere i
lavoratori, difende zone d’influenza. Invece di spingere per criteri trasparenti, tratta per tutelare interessi
selettivi. Invece di pretendere la corretta applicazione del CCNL, accetta e promuove accorpamenti e incarichi
costruiti su equilibri interni. Così, mentre la DPS non governa, qualcun altro governa al posto suo. E non
sempre nell’interesse della collettività.
C’è una verità che va detta con chiarezza: questa “tombola” di incarichi e accorpamenti non è un gioco.
Dietro ogni scelta sbagliata c’è una persona che aspetta una visita, un paziente fragile, un anziano, una
persona con disabilità, un malato cronico.
Quando un incarico organizzativo viene dilatato in modo irragionevole, quando un professionista deve
coordinare realtà incompatibili, quando attività vengono accorpate senza logica, la qualità delle cure si
abbassa.
Una sanità che litiga non cura. Una sanità confusa non difende i fragili.
E chi paga? Sempre gli stessi: chi ha meno risorse economiche, chi non può rivolgersi al privato, chi affida la
propria vita alla sanità pubblica.
Non è solo una questione di organizzazione interna: è una questione di giustizia sanitaria.
Professionisti disorientati, coordinatori sovraccarichi, servizi e reparti scompaginati creano terreno fertile per
errori, ritardi, inefficienze.
E mentre dirigenti e sindacati difendono il proprio orticello, i cittadini subiscono le conseguenze.
È eticamente insostenibile che il destino dell’assistenza dipenda da scaramucce interne o da dinamiche di
potere che nulla hanno a che vedere con la salute pubblica.
Non servono nuovi contratti.
Servono responsabilità. Servono trasparenza. Serve visione.
Serve che la DPS torni a fare la DPS.
Serve che i sindacati tornino a fare sindacato.
Serve che la mappa degli incarichi venga riscritta non come un tabellone di tombola, ma come un progetto
serio, fondato sui bisogni della popolazione e sulle competenze dei professionisti.
Perché la sanità pubblica non è un gioco.
E chi ne ha bisogno merita rispetto, competenza e cura. Non numeri estratti da un sacchetto.

Comunicato stampa Giuseppe Alviti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

L'Altra Notizia

You cannot copy content of this page