Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario aprire una
riflessione pubblica ampia e non contingente sul significato autentico della parità di genere nel
nostro Paese, alla luce dei cambiamenti intervenuti negli assetti decisionali e delle persistenti
criticità che interessano la vita professionale e familiare delle donne.

Negli ultimi anni si è assistito a un’evoluzione importante nella composizione degli organi di
vertice di numerose realtà pubbliche e partecipate, con un incremento significativo della presenza
femminile nei consigli di amministrazione e nei luoghi di governance. Questo passaggio ha
rappresentato una risposta concreta a una storica sottorappresentazione e ha contribuito a rendere
più plurale e inclusivo il volto delle istituzioni economiche. La visibilità delle donne nei ruoli
apicali ha assunto un valore simbolico potente: ha mostrato alle nuove generazioni che l’accesso
alle responsabilità decisionali non è prerogativa di un solo genere e ha rafforzato la percezione di
una società più attenta ai principi di uguaglianza.

Tuttavia, proprio mentre si consolidano questi segnali di avanzamento, emerge con altrettanta
chiarezza che il mutamento degli equilibri numerici non determina automaticamente una
trasformazione profonda delle strutture organizzative e culturali. La presenza femminile nei vertici,
pur fondamentale, non basta da sola a ridefinire le modalità con cui il lavoro è organizzato, valutato
e conciliato con la vita privata.

Permangono, infatti, tensioni strutturali che incidono in modo significativo sulla traiettoria
professionale delle donne, in particolare nel momento in cui scelgono di diventare madri. La
difficoltà di conciliare tempi di lavoro e tempi di cura, le discontinuità nelle carriere, la permanenza
di differenze retributive e la percezione della maternità come possibile elemento di rallentamento
professionale continuano a rappresentare nodi irrisolti.

In questo scenario, il tema della natalità – spesso affrontato con approcci emergenziali o meramente
statistici – rivela la sua dimensione più profonda: la libertà di scelta familiare è strettamente
connessa alla qualità delle condizioni lavorative e alla solidità delle politiche di sostegno. Quando il
progetto di genitorialità appare incompatibile con la stabilità economica o con la continuità
professionale, il diritto alla famiglia rischia di essere esercitato in condizioni di incertezza.
La parità formale – intesa come equilibrio nella rappresentanza – costituisce dunque un passaggio
necessario ma non esaustivo. La parità sostanziale richiede un cambiamento che investa modelli
organizzativi, cultura del lavoro, distribuzione dei carichi di cura e sistemi di welfare. Senza tale
trasformazione, il rischio è che l’avanzamento nei luoghi simbolici del potere non si traduca in un
miglioramento concreto della vita quotidiana delle persone.

In questo quadro complesso, la scuola assume un ruolo decisivo.
Il sistema educativo è il primo spazio pubblico in cui si costruiscono le categorie culturali attraverso
cui le nuove generazioni interpretano il rapporto tra lavoro, responsabilità familiare e cittadinanza.
È nella scuola che si possono decostruire stereotipi radicati, promuovere modelli di
corresponsabilità genitoriale e affermare il valore sociale della cura come dimensione condivisa e
non esclusivamente femminile.
La scuola, inoltre, vive in prima persona molte delle dinamiche legate alla conciliazione tra vita e
lavoro. Il personale scolastico è in larga parte composto da donne; le questioni relative alla
maternità, ai percorsi di carriera e all’organizzazione dei tempi incidono concretamente sulla
quotidianità delle istituzioni educative. Ciò rende il mondo dell’istruzione non solo osservatore, ma
parte attiva delle trasformazioni necessarie.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene pertanto
imprescindibile rafforzare nei curricula percorsi di educazione alla parità sostanziale e ai diritti
sociali, sviluppare competenze critiche che consentano agli studenti di comprendere la complessità
delle politiche di genere, promuovere una cultura della corresponsabilità fondata sul riconoscimento
della dignità del lavoro e del valore della genitorialità e favorire un dialogo strutturato tra scuola,
istituzioni e mondo del lavoro affinché l’educazione civica diventi leva di trasformazione reale.

In conclusione, il CNDDU sottolinea che la qualità delle politiche pubbliche in materia di parità non
può essere valutata esclusivamente sulla base di indicatori di rappresentanza. I principali dati
comparativi internazionali mostrano come, nei Paesi OCSE, il divario nei tassi di occupazione tra
uomini e donne superi ancora mediamente i 10 punti percentuali; analogamente, oltre l’80% dei
congedi parentali continua ad essere fruito dalle madri, segnalando una persistente asimmetria nella
distribuzione del lavoro di cura. In Italia, il tasso di occupazione femminile rimane
significativamente inferiore a quello maschile e uno dei più bassi in Europa, mentre il tasso di
fecondità si colloca stabilmente al di sotto della soglia di sostituzione generazionale.
Tali evidenze confermano che le dinamiche demografiche e le traiettorie professionali sono
influenzate da un intreccio complesso di fattori istituzionali, organizzativi e culturali. Per questa
ragione, il CNDDU ribadisce la necessità di adottare strumenti di valutazione d’impatto ex ante ed
ex post che misurino non soltanto gli effetti immediati delle riforme, ma anche le loro conseguenze
di lungo periodo sulle carriere, sui redditi e sulle scelte familiari. In questa prospettiva, il contributo
del sistema educativo non si esaurisce nella dimensione formativa, ma si estende alla costruzione di
una cultura pubblica orientata all’analisi dei dati, alla comparazione internazionale e alla verifica
sistematica degli esiti delle politiche. Solo attraverso un’integrazione stabile tra ricerca empirica,
progettazione normativa e responsabilità istituzionale sarà possibile incidere in modo strutturale
sulle determinanti delle disuguaglianze e valutare l’effettività dei diritti lungo l’intero ciclo di vita.

L’uguaglianza di genere, pertanto, deve essere considerata non come un obiettivo dichiarativo, ma
come una variabile misurabile, sottoposta a monitoraggio continuo e inserita in un quadro di
accountability democratica fondato su evidenze verificabili.

prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

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