Il dolore, questa volta, non è rimasto chiuso nei cuori. È stato portato fuori. Appeso a un cancello. Consegnato agli occhi del mondo.
Davanti alla Cooperativa Sociale Amalia Fusco, un luogo che ogni giorno rappresenta rifugio, crescita e protezione, uno striscione bianco è stato affisso all’esterno, esposto alla strada, al passaggio delle persone, al tempo che passa e che non potrà cancellarlo facilmente. Sopra, parole che non cercano perfezione, ma verità:
“Abbiamo fallito di nuovo… Perdonaci piccolo Domenico.”
Domenico era un bambino di Nola. Un bambino che aspettava un cuore per continuare a vivere. Quel cuore è arrivato, ma non è bastato a trattenerlo qui. E con lui non è morta solo una vita. È morta una possibilità. È morto un pezzo della nostra coscienza.
L’iniziativa, promossa dalla Cooperativa Sociale Amalia Fusco e dall’Associazione Idee e Concretezza, insieme ai ragazzi e alle ragazze del progetto “Cuore in Campo”, in collaborazione con la Misericordia di Napoli Sanità, è stata molto più di una commemorazione. È stata una confessione pubblica. Un atto di umiltà e di amore. Il coraggio di dire, davanti a tutti, ciò che spesso si ha paura di ammettere: non siamo riusciti a salvarlo.
Sono stati proprio i ragazzi e le ragazze a stare lì, davanti a quel cancello, in silenzio. Giovani vite che salutavano una vita spezzata troppo presto. Nei loro occhi c’era tutto: la rabbia, la tristezza, l’impotenza.
Poi, uno dopo l’altro, palloncini rossi a forma di cuore sono stati lasciati andare verso il cielo. Salivano piano, come se il cielo avesse bisogno di tempo per accoglierli. E in quel momento, mentre quei cuori diventavano sempre più piccoli, è partito un applauso. Un applauso lungo. Forte. Spezzato dalle lacrime.
Non era un applauso di festa.
Era un applauso di amore.
Era un applauso per dire: esisti. Sei esistito. Esisterai sempre.
Quel suono ha riempito lo spazio davanti alla cooperativa, ha attraversato la strada, ha toccato le coscienze. Era l’ultimo abbraccio di una comunità a un figlio che non aveva mai smesso di essere suo.
Perché Domenico non era solo il figlio della sua famiglia.
Era figlio di tutti.
Figlio di una società che oggi si guarda allo specchio e trova il coraggio di chiedere perdono.
Quel lenzuolo bianco resta lì, legato a un cancello, esposto al vento, alla luce, agli sguardi. Non per accusare, ma per non dimenticare. Non per trovare colpevoli, ma per ricordare che ogni bambino che soffre riguarda tutti.
Domenico era di Nola.
Ma oggi appartiene al cuore di chi ha alzato gli occhi al cielo e ha applaudito il suo nome, mentre volava via, leggero.
