Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime una riflessione
istituzionale approfondita e non meramente reattiva in relazione al grave episodio segnalato dalla
stampa riguardante una studentessa di scuola secondaria di primo grado di Eboli, oggetto di
reiterate condotte di bullismo digitale che hanno determinato l’interruzione della frequenza
scolastica. La vicenda assume rilievo non solo per la giovane età della vittima e per la sua
condizione di fragilità psicologica, ma perché evidenzia con chiarezza la trasformazione strutturale
del fenomeno: la violenza tra pari oggi non si limita a manifestarsi nello spazio fisico, ma si
stabilizza nello spazio mediatico, dove l’offesa diventa persistente, replicabile e socialmente
performativa.

In termini giuridici, siamo di fronte a una possibile convergenza di molteplici piani di tutela che
riguardano la dignità della persona minore, il diritto all’identità personale, la protezione dei dati, la
disciplina specifica sul cyberbullismo e la responsabilità civile derivante da condotte lesive
reiterate. Tuttavia, l’elemento più significativo non risiede soltanto nella qualificazione dell’illecito,
ma nell’effetto sistemico che ne deriva: la compressione concreta del diritto allo studio. Quando la
pressione relazionale digitale induce l’allontanamento dalla scuola, il danno non è soltanto morale o
reputazionale, ma assume natura costituzionale, incidendo su un diritto sociale fondamentale e
producendo una forma di esclusione indiretta che l’ordinamento è chiamato a prevenire prima
ancora che a sanzionare.

La dimensione mediatica introduce una variabile decisiva. I contenuti offensivi pubblicati sulle
piattaforme social non sono semplicemente atti comunicativi, ma dispositivi narrativi che
costruiscono identità pubbliche e rapporti di potere simbolico. L’umiliazione diventa linguaggio
condiviso, la visibilità sostituisce la responsabilità e la logica algoritmica tende a premiare ciò che
genera reazione, anche quando produce sofferenza. In questo contesto, la vittima non subisce solo
l’atto originario ma la sua continua riattivazione sociale, con effetti psicologici e reputazionali che
si prolungano nel tempo e che sfuggono ai tradizionali strumenti disciplinari scolastici.

La vicenda evidenzia quindi una criticità professionale e istituzionale: la scuola opera oggi dentro
un ecosistema comunicativo che incide direttamente sui diritti fondamentali degli studenti, senza
che vi sia ancora un pieno allineamento tra strumenti educativi, quadro normativo e responsabilità
delle piattaforme. La prevenzione del bullismo digitale richiede una lettura integrata che superi la
separazione tra pedagogia, diritto e media, riconoscendo che la sicurezza relazionale costituisce una
componente essenziale del diritto all’istruzione.
Dal punto di vista giuridico-istituzionale emerge la necessità di rafforzare la dimensione preventiva
del diritto, valorizzando il principio di protezione del minore come criterio interpretativo prioritario
nelle situazioni di esposizione digitale. Ciò implica una maggiore tempestività nelle procedure di
tutela, una chiara definizione delle responsabilità educative condivise e un’evoluzione del concetto
di vigilanza, che non può più essere limitato allo spazio fisico scolastico ma deve estendersi alla
dimensione digitale quando questa incide sulla vita scolastica.
Sul piano mediatico e culturale, l’episodio rivela una normalizzazione della derisione che
rappresenta uno dei rischi più rilevanti per le comunità educative contemporanee. Quando
l’umiliazione diventa contenuto circolante, si produce una distorsione del riconoscimento sociale
che colpisce in modo sproporzionato gli studenti più vulnerabili. La fragilità, anziché essere
protetta, viene resa visibile come elemento narrativo negativo. Questo passaggio segna una frattura
tra i principi dichiarati dell’inclusione e le pratiche comunicative reali.
La riflessione altamente professionale che questa vicenda impone riguarda il ruolo della scuola
come presidio giuridico e simbolico dei diritti umani. Non basta reagire all’evento critico: è
necessario costruire contesti nei quali la violenza relazionale non trovi legittimazione culturale né
amplificazione mediatica. La tutela della dignità dello studente deve essere considerata parametro di
qualità del sistema educativo e indicatore della sua capacità di svolgere funzione costituzionale.

L’interruzione della frequenza scolastica rappresenta il segnale più evidente di un danno sistemico.
Non è soltanto la conseguenza di un comportamento scorretto, ma l’esito di una catena di micro-
legittimazioni, silenzi, ritardi e sottovalutazioni che trasformano la vulnerabilità in isolamento. In
tale prospettiva, il bullismo digitale non può essere letto come episodio deviante ma come
fenomeno che interroga l’architettura della responsabilità educativa contemporanea.

Il CNDDU sottolinea che la credibilità del sistema di tutela dei minori si misura nella capacità di
intervenire prima della rottura del legame scolastico e di riconoscere la dimensione reputazionale
digitale come parte integrante della protezione della persona. Ciò richiede un approccio
giuridicamente consapevole e mediaticamente competente, capace di integrare prevenzione,
tempestività e cultura del limite.
Difendere una studentessa vulnerabile dalla violenza digitale significa difendere la funzione
pubblica della scuola, la coerenza dell’ordinamento e la qualità dello spazio democratico. La dignità
non può dipendere dalla visibilità, e nessun percorso educativo può dirsi tale se la permanenza a
scuola diventa incompatibile con la tutela della propria identità.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che ogni episodio
che produce auto-esclusione scolastica per ragioni relazionali costituisce una questione di diritti
umani e di responsabilità istituzionale. La sfida non è soltanto fermare l’offesa, ma impedire che la
violenza trovi condizioni di riproducibilità culturale e mediatica.

prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

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