Il mio “viaggio” è cominciato 390 giorni fa, circa. Da quel momento, ho ripetutamente acquistato un biglietto e ho vissuto l’andirivieni e il caos dei treni, le corse ripetute per essere in orario e le storie. Storie sentite, raccontate, viste con i miei stessi occhi; storie vissute e storie inventate, immaginando idealmente cosa accadesse nella vita di un passeggero qualunque.
In questo tempo, ho potuto incontrarmi e scontrarmi con il vissuto di chi, per un tempo limitato, ha condiviso lo stesso suo tempo con me; talvolta bastava guardare fuori dal finestrino, fantasticare su ogni trascorso e chiedermi distrattamente se anche l’altro pensasse alla mia vita. Ai miei ricordi. Al mio viaggio.
Un venerdì, sempre di corsa, ho appoggiato la testa allo schienale e una ragazza mi ha dato a parlare; Isabella (nome di fantasia) mi ha raccontato di essere partita da Torino, per amore, perché il suo lui napoletano l’aspettava alla stazione di Napoli Centrale. E ora, di corsa anche lei, lo stava raggiungendo a Verona per gli studi.
Un altro giorno, invece, ho incontrato una ragazza senza nome, che mi ha parlato di Padova, del suo nuovo lavoro e del sacrificio che ha dovuto fare per lasciare la sua terra natia: «oggi, però, sono felice e soddisfatta» mi ha detto. La sua felicità, per un momento, è stata anche la mia.
Una domenica, al ritorno dal mio andirivieni, ho visto due esseri umani avvinghiati, stretti, avvolti, bagnati dalle lacrime per un arrivederci.
Ho sentito storie di dolore, di distacco, di cambiamento, di guarigione: «sono ritornata nel mio paesino, non ne potevo più di una grande città»; «Roma. Per lavoro. Non ne potevo più di restare dov’ero».
Un’altra domenica di ritorno, nella linea regionale toscana, ho sentito un accento familiare; un giovane uomo napoletano -proprio come me- era lì per lavoro: «sono contento perché ho la paga che merito». Aveva un aspetto familiare. Mi ha fatto sorridere.
E ancora, ho incrociato sguardi tristi, delusi e disillusi, frustrati, stanchi, arrabbiati, felici, spensierati, eccitati, gioiosi; talvolta caotici, spaesati, vuoti. Erano sguardi che celavano un’anima bisognosa, un volere piantato e radicato che si è ramificato nelle origini o altrove.
Tanti sconosciuti.
Mille racconti.
Numerosi volti.
Posti vuoti o pieni. Come i treni.
«Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Friedrich Nietzsche

