L’antimafia praticata e l’antimafia sbandierata
Nel documento che ho presentato a Sinistra Italiana, in occasione del lancio della piattaforma “Decidiamo” di Alleanza Verdi Sinistra del 9 maggio, ho affrontato la riforma della legge sugli scioglimenti dei Comuni, ma non solo. Ho parlato della questione morale, delle responsabilità politiche, della selezione etica delle liste elettorali e della classe dirigente.
C’è un punto su cui non transigo: la legalità non può mai prescindere dalla verità. Bisogna sempre compiere operazioni di verità, altrimenti si finisce per costruire una finta legalità, fatta di finti amministratori, finti funzionari, sì, anche finti giornalisti. Personaggi che si costruiscono addosso l’etichetta di paladini della legalità e dell’antimafia, la sbandierano pubblicamente, e poi perseguono tutt’altro interesse.
In Italia i casi non mancano, dai minori ai più gravi .
C’è Luigi Fallacara, ex giornalista barese, che si presentava come cronista rigoroso e vittima di un sistema che voleva metterlo a tacere: durante un procedimento disciplinare davanti al proprio Ordine professionale, inscena un’aggressione contro se stesso, ferendosi da solo, proprio nel momento in cui doveva rispondere del proprio operato. Non un attacco subito, ma costruito a tavolino per accreditarsi come perseguitato. Il Tribunale di Bari lo condanna a un anno e quattro mesi per calunnia.
C’è Adriano Cappellari, cronista vicentino che si era costruito una reputazione scrivendo di camorra a Caivano e schierandosi al fianco di don Patriciello: denuncia un attentato incendiario contro il portone di casa propria, con minacce rivolte anche a sé stesso, al parroco e alla premier Meloni, presentandosi come un giornalista scomodo che la criminalità organizzata voleva zittire. Ottiene solidarietà pubblica anche a livello di governo. Le indagini della Procura accertano invece che era stato lui stesso ad acquistare online, con la propria carta, le bombole di gas e l’alcol usati per inscenare l’incendio: nessuna camorra, nessuna minaccia reale, solo un impostore che si era vestito da eroe antimafia. Oggi è indagato per incendio, calunnia, simulazione di reato e procurato allarme.
C’è Mario De Michele, giornalista casertano, direttore del sito Campanianotizie.com, che si costruisce l’immagine del cronista anticamorra scomodo in un territorio ad alta densità criminale: nel giro di pochi mesi tra il 2019 e il 2020 denuncia due attentati contro di sé, uno a colpi di pistola contro l’auto, uno contro il muro di casa. Ottiene la scorta, ospitate televisive, la solidarietà del sindacato dei giornalisti e persino la visita a Caserta di un vice ministro dell’Interno, arrivato apposta per incontrare “i cronisti minacciati dalla malavita”. Le indagini della DDA di Napoli accertano che a sparare, in entrambi i casi, era stato lui stesso, con la complicità del suo vicedirettore. Crolla e confessa pubblicamente di aver inventato tutto per attirare l’attenzione. Nel 2022 patteggia tre anni e dieci mesi per falso, calunnia, simulazione di reato e detenzione illegale di arma. Ma la maschera dell’anticamorra non cade lì: nel luglio 2025, tornato all’attività giornalistica, viene arrestato in flagranza per estorsione ai danni dell’ex sindaco di Orta di Atella, Angelo Brancaccio, a cui chiedeva diecimila euro per non pubblicare articoli diffamatori sulla sua vita privata. Viene bloccato dai carabinieri mentre incassa un acconto di 5-6 mila euro. Da paladino della legalità sotto scorta a estorsore in flagranza: la parabola più clamorosa di tutte.
Casi diversi, gravità diverse, esiti giudiziari diversi, ma un’unica lezione: dietro l’etichetta della legalità e dell’antimafia, sbandierata con tanto di scorte, solidarietà istituzionale e visite di governo, si può nascondere l’esatto contrario. E i cittadini hanno diritto a saperlo.
C’è poi un aspetto che va detto senza ipocrisie: alcuni politici, di fronte a questi personaggi, scelgono l’accondiscendenza non per convinzione, ma per paura. Temono di finire nel tritacarne mediatico-giudiziario che questi “paladini” sanno costruire ad arte, e preferiscono un rapporto accomodante piuttosto che rischiare di diventarne bersaglio. È una forma sottile di ricatto, che si regge proprio sulla credibilità che questi personaggi si sono costruiti nel tempo, spesso con l’avallo di scorte e solidarietà istituzionale.
Per questo dico che il diritto alla verità deve diventare una questione nazionale. Non basta indossare l’etichetta della legalità: bisogna dimostrarla nei fatti, nella postura, nei linguaggi, nei comportamenti ogni giorno, senza sconti per nessuno, che si tratti di chi amministra, di chi informa, o di chi, per timore, sceglie il silenzio.

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Nota stampa Stefania Fanelli

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