Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione della Giornata
Internazionale per le Donne e le Ragazze nella Scienza, 11 febbraio, istituita dall’United Nations
con la Risoluzione A/RES/70/212, richiama con determinazione l’attenzione dell’opinione pubblica
su una delle fratture più rilevanti del nostro tempo: la persistente sotto-rappresentazione femminile
nei percorsi scientifici e tecnologici, proprio mentre la scienza determina gli equilibri economici,
politici e sociali globali.
Secondo i dati più recenti dell’UNESCO, le donne rappresentano circa il 33% dei ricercatori nel
mondo. Questo significa che la produzione di conoscenza scientifica globale è ancora guidata in
larga maggioranza da uomini. Il divario si amplia nei settori più strategici e ad alta innovazione:
nell’ambito dell’intelligenza artificiale la presenza femminile scende intorno al 22%, una
percentuale che solleva interrogativi non solo sulla parità di accesso, ma sulla qualità e
sull’imparzialità degli algoritmi che sempre più influenzano il lavoro, l’istruzione, la salute e la
giustizia.
La questione non è simbolica: è strutturale. Studi internazionali dimostrano che team di ricerca più
diversificati producono risultati più innovativi e soluzioni più inclusive. La scarsa presenza
femminile nei luoghi in cui si progettano tecnologie, farmaci, infrastrutture digitali e politiche
energetiche rischia di generare prodotti e servizi meno aderenti ai bisogni reali della popolazione.
Non si tratta quindi soltanto di equità, ma di efficacia sistemica.
In Italia il fenomeno assume contorni ancora più significativi. Sebbene le donne conseguano
complessivamente più lauree degli uomini, solo il 16,8% delle giovani tra i 25 e i 34 anni possiede
un titolo in discipline STEM, contro circa il 37% degli uomini nella stessa fascia d’età. Meno del
30% delle studentesse sceglie percorsi universitari scientifico-tecnologici, con divari territoriali che
amplificano la distanza tra regioni, incidendo direttamente sulla competitività economica locale.
Questo significa che intere aree del Paese rischiano di rinunciare a una quota rilevante di capitale
umano qualificato proprio nei settori che trainano la crescita e l’occupazione ad alta
specializzazione.
Il problema non nasce all’università, ma molto prima. Numerose ricerche internazionali
evidenziano che già nella scuola primaria si consolidano stereotipi impliciti che associano le
competenze logico-matematiche al genere maschile. Eppure, le rilevazioni comparative mostrano
che le ragazze ottengono risultati scolastici pari o superiori ai coetanei nelle discipline scientifiche.
Il divario emerge al momento della scelta, quando aspettative sociali, modelli culturali e carenza di
role model femminili incidono sull’orientamento.
La progressione di carriera aggrava ulteriormente il quadro. Il fenomeno noto come “leaky
pipeline” descrive la progressiva riduzione della presenza femminile man mano che si sale verso
posizioni apicali nella ricerca e nell’accademia. Le donne risultano meno presenti nei ruoli di
direzione di dipartimenti scientifici, nei comitati di valutazione, nelle posizioni di governance
universitaria. Permangono disparità nell’accesso ai finanziamenti competitivi e nei riconoscimenti
scientifici di maggiore prestigio, con effetti diretti sulla visibilità pubblica e sulla costruzione di
modelli aspirazionali per le nuove generazioni.
In un contesto globale segnato dalla transizione ecologica, dalla rivoluzione digitale e dall’urgenza
di soluzioni sostenibili, escludere o scoraggiare una parte significativa del talento femminile non è
solo ingiusto: è inefficiente. Secondo analisi economiche internazionali, una maggiore
partecipazione femminile nei settori tecnologici potrebbe contribuire in modo sostanziale alla
crescita del PIL e alla riduzione del divario occupazionale qualificato. La questione, dunque,
riguarda direttamente lo sviluppo nazionale e la coesione territoriale.
Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, promuovere la piena
partecipazione delle donne nella scienza significa rafforzare il diritto all’istruzione, al lavoro
qualificato e alla partecipazione alla vita pubblica. Significa anche riaffermare che la scienza è un
bene comune e che l’accesso alla sua produzione non può essere condizionato da stereotipi culturali
o barriere strutturali.
L’11 febbraio deve diventare un momento di verifica concreta delle politiche educative, delle
strategie di orientamento e delle misure di sostegno alla carriera scientifica femminile. Occorre
investire in programmi di mentoring, in percorsi di orientamento precoce, in una revisione dei
materiali didattici che valorizzi le figure femminili della scienza e in politiche di conciliazione che
rendano sostenibili le carriere di ricerca.
Finché solo una ricercatrice su tre sarà donna e meno di una giovane su cinque in Italia conseguirà
una laurea STEM, questa Giornata non potrà essere considerata una celebrazione compiuta. Resterà
un indicatore di una responsabilità collettiva: trasformare i dati in politiche efficaci e la
consapevolezza in cambiamento strutturale.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

