Il PNRR, per i tempi e le modalità di investimento stringenti che lo caratterizzano, è la cartina al tornasole per misurare i ritardi del Mezzogiorno. Per questa strada si propone ancor di più come l’ennesima ( e forse ultima) occasione per questa parte del paese. Con buona pace dell’intento, pure proclamato, di utilizzare i soldi del PNRR per intervenire sul divario tra Mezzogiorno e resto del paese. Esemplare la vicenda relativa agli investimenti previsti nel piano per l’acqua. Sono stati appostati 4,8 miliardi al settore, di cui due per gli investimenti in infrastrutture. Si tratta di un notevole plafond finanziario che dovrebbe essere utilizzato in buona misura per porre rimedio al “water service divide” che affligge il Mezzogiorno rispetto al resto del paese, riassumibile nel fatto che il numero di rotture per Km di rete nel Sud è di 33,6 contro 22 della media nazionale. Insomma perdiamo acqua da tutte le parti e qui la perdiamo più che altrove. Ma detto questo, il PNRR si muove come un treno che non ammette scartamenti ridotti. Per cui il Ministero della Transizione ecologica, per spendere presto, afferma che possono usufruire di tali finanziamenti soltanto le gestioni industriali già in essere. In soldoni potranno aspirarvi soltanto quelle grandi società multiservice del centro Nord, come A2A, IREN, HERA, ACEA, che dopo la legge Galli del 1994, controllano la gestione del servizio idrico realizzando trasformazioni e accorpamenti delle vecchie gestioni. Tutto ciò non si è realizzato nel Sud e ancor meno in Campania, Molise, Calabria e Sicilia che sono le regioni che si segnalano per le maggiori inefficienze. Morale della favola, se dovessero prevalere le indicazioni ministeriali, il Mezzogiorno con la nostra regione in testa non beccherebbe neanche un euro. Il “divide” sarebbe ancora più grande, con buona pace di chi ha creduto che il PNRR potesse mettere una pezza ai ritardi del Mezzogiorno. Una ipotesi sciagurata che persino l’ARERA, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, rigetta, proponendo al governo di soprassedere ai suoi intendimenti perentori, e suggerendo una moratoria entro cui siano perfezionati i processi di affidamento del servizio idrico integrato ove questo fosse possibile e, qualora non lo fosse , di affidare la gestione del ser vizio idrico integrato per quattro anni, riconfermabili per altri quattro, a una società a controllo pubblico . In sostanzai, l’ARERA propone per il Mezzogiorno il commissariamento del servizio ad una società pubblica che surroghi l’inefficienza delle gestioni attualmente in essere. Vedremo come si svilupperà l’interlocuzione con il governo, ma è chiaro che una proposta del genere paventa il rischio che si privatizzi a tutte le latitudini del paese il servizio idrico. Con buona pace, tra l’altro, del pronunciamento di oltre 27 milioni di italiani che nel referendum avevano indicato nell’acqua pubblica l’unica alternativa, all’ingresso di una mera logica di profitto nella gestione di un bene comune prezioso come è l’acqua. Allo stato dei fatti, ci sentiamo di augurare che la strada tracciata dall’ARERA sia battuta e trovi una sponda nel governo . Lo auspichiamo non solo in virtù del personale convincimento sulla necessità che i beni comuni, proprio perché tali, non possono che rimanere saldamente nell’alveo del pubblico ,( come d’altra parte testimonia la virtuosa esperienza dell’azienda speciale ABC di Napoli) ma soprattutto perché in questo modo, non si chiuderebbe il rubinetto dei finanziamenti per un’area che ne ha bisogno, è il caso di dire, come l’acqua. Inquadrate in questa complicata partita del PNRR, le vicende dell’Alto Calore Irpino appaiono ancor più sciaguratamente esemplari della debolezza e incongruenza della governance degli ambiti idrici su scala locale. Avevamo, come Sinistra Italiana, a più riprese censurato l’operato dei vertici di quella istituzione, avvertendo che così saremmo andati a sbattere. Ora che è intervenuta anche la magistratura a far luce sulla voragine di debiti e quindi sulle mastodontiche lacune di quell’ente, non serve consolarsi con l’avevamo detto. Il PNRR porta tutti i nodi al pettine, e non vale neanche più la pena attardarci sull’inerzia e l’uso strumentale delle sue risorse materiali e umane da parte di presidenti che ne hanno fatto una succursale per i loro fini politici personali e di partito.

Gran parte del territorio regionale è stato escluso dalla possibilità di impiegare fondi del Pnrr per il settore idrico. Motivazione: non sono stati individuati nei rispettivi ambiti i soggetti gestori del servizio. Per cui si è menato il can per l’aia, non si sono fatti risanamento e riorganizzazione d adesso si paga il conto rimanendo esclusi. Di fatto è un altro colpo alla gestione pubblica perché vengono colpite le realtà che hanno in campo soggetti a capitale pubblico e si apre la strada per l’avvento dei privati. Sinistra Italiana Campania proprio per queste ragioni accoglie l’invito fatto dai Comitati per l’acqua per il giorno 11 ottobre e sarà presente all’incontro con propri rappresentanti. È una battaglia nella quale tutte le forze politiche e sociali che in questi anni hanno lottato fianco a fianco con i Comitati per stabilire attraverso il referendum popolare una cosa che non era scontata: l’acqua è un bene comune.

Coordinamento Sinistra Italiana Campania

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