Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione
istituzionale sui risultati del monitoraggio 2024-2025 della Piattaforma Elisa, promosso dal
Ministero dell’Istruzione e del Merito con l’Università degli Studi di Firenze, da cui emerge che
circa un bambino su quattro sperimenta forme di bullismo e una quota significativa vive esperienze
di cyberbullismo. Il dato, ormai stabile nel tempo e coerente con le rilevazioni ISTAT e con la
letteratura internazionale, non può essere interpretato come espressione di conflittualità fisiologica
tra pari, ma come indicatore strutturale della qualità relazionale del sistema educativo e della
concreta esigibilità dei diritti degli studenti.
Il fenomeno si presenta oggi con caratteristiche più complesse rispetto al passato. Le manifestazioni
fisiche non scompaiono, ma si intrecciano con dimensioni verbali, reputazionali e digitali che
estendono la vittimizzazione oltre lo spazio scolastico e ne intensificano l’impatto psicologico. I
monitoraggi nazionali evidenziano inoltre una correlazione significativa tra bullismo e dinamiche
discriminatorie, confermando che la violenza tra pari colpisce più frequentemente chi percepisce —
o viene percepito — come diverso. In tale prospettiva, il bullismo si configura come una violazione
concreta del principio di uguaglianza sostanziale e come un fattore che incide direttamente sul
diritto all’istruzione e sul pieno sviluppo della persona.
Le analisi ISTAT e i report UNESCO e UNICEF mostrano con chiarezza che la vittimizzazione
influisce sul benessere emotivo, sulla partecipazione scolastica e sui percorsi formativi, aumentando
il rischio di dispersione e di esclusione sociale. Le evidenze prodotte dall’OCSE e
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità collegano inoltre l’esposizione a contesti relazionali
ostili a maggiori bisogni sanitari e a esiti negativi di lungo periodo, evidenziando come il bullismo
rappresenti non solo una questione educativa ma un determinante della sostenibilità delle politiche
pubbliche.
Sul piano giuridico, il quadro normativo italiano — a partire dalla legge n. 71 del 2017 sul
cyberbullismo e dalle successive linee di orientamento ministeriali — ha progressivamente chiarito
che la sicurezza relazionale rientra negli obblighi organizzativi della scuola. La tutela non coincide
con la reazione al singolo episodio, ma implica prevenzione strutturata, capacità di individuazione
precoce e procedure chiare di intervento. La giurisprudenza ha rafforzato questa impostazione,
riconoscendo che l’ambiente scolastico deve garantire condizioni effettive di protezione, non
soltanto formali.
Particolarmente rilevante, alla luce dei dati Elisa, è la distanza tra strumenti disponibili e percezione
degli studenti. La limitata conoscenza dei canali di segnalazione indica un deficit di accessibilità dei
diritti che rischia di indebolire la fiducia nelle istituzioni educative. Quando la possibilità di
chiedere aiuto non è chiaramente percepita, la tutela esiste sul piano normativo ma non su quello
esperienziale, e questa frattura rappresenta uno degli elementi più critici del sistema.
La dimensione economica rafforza l’urgenza di un intervento strutturale. Le evidenze internazionali
mostrano che la prevenzione del bullismo produce effetti misurabili sulla riduzione della
dispersione, sul miglioramento del rendimento e sulla diminuzione dei costi sanitari legati al disagio
adolescenziale. Ne deriva che le politiche di contrasto non devono essere considerate iniziative
accessorie, ma investimenti ad alto rendimento sociale, capaci di incidere sulla qualità complessiva
del capitale umano.
Anche la narrazione mediatica necessita di un riposizionamento. La concentrazione sui casi estremi
tende a oscurare la dimensione diffusa e quotidiana del fenomeno, ritardando la costruzione di
politiche stabili e alimentando una percezione emergenziale che non corrisponde alla realtà descritta
dalle ricerche. Il bullismo non è un evento eccezionale: è un indicatore sistemico della cultura
relazionale e, in quanto tale, richiede governance e continuità.
Il fatto che una quota di studenti riconosca di aver assunto comportamenti aggressivi conferma la
natura relazionale del fenomeno e la necessità di modelli educativi che affianchino
responsabilizzazione e percorsi riparativi agli strumenti disciplinari. L’educazione ai diritti umani,
intesa come pratica quotidiana e non come intervento episodico, rappresenta uno dei dispositivi più
efficaci per intervenire sulle competenze emotive, sulla consapevolezza digitale e sulla costruzione
del riconoscimento reciproco.
In questo contesto, il CNDDU avanza al Ministro Giuseppe Valditara una proposta innovativa:
riconoscere la sicurezza relazionale scolastica come dimensione esplicita dei livelli essenziali delle
prestazioni educative, introducendo una garanzia pubblica della tutela dalle prepotenze tra pari. Tale
impostazione consentirebbe di integrare monitoraggio, responsabilità organizzativa, formazione
professionale e finanziamento stabile in un unico quadro di policy, superando la frammentazione
progettuale. La qualificazione giuridica della prevenzione come obbligo organizzativo renderebbe
inoltre verificabile l’effettività degli interventi e permetterebbe di collegare il benessere relazionale
agli indicatori di qualità del sistema di istruzione.
Questa prospettiva produce anche effetti economici rilevanti, poiché orienta le risorse verso
interventi preventivi ad alto impatto, riducendo nel tempo i costi derivanti da dispersione, disagio
psicologico e contenzioso. La prevenzione del bullismo diventa così una politica di investimento
pubblico e non una risposta emergenziale, contribuendo alla sostenibilità del sistema educativo e
sanitario.
Il CNDDU ritiene che il dato “un bambino su quattro” rappresenti una soglia di responsabilità
istituzionale. Esso segnala la distanza tra diritti riconosciuti e diritti vissuti e invita a considerare la
qualità relazionale come parametro strutturale della scuola democratica. Ridurre quella percentuale
non significa soltanto contrastare comportamenti aggressivi, ma rafforzare la fiducia nelle
istituzioni, migliorare gli esiti educativi e rendere credibile la promessa costituzionale di una scuola
sicura, inclusiva e orientata ai diritti umani.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

