Dal tributo artistico che Igor Borozan sta creando per l’ottavo centenario dalla morte di
San Francesco d’Assisi, prende forma “A piedi scalzi”, un progetto che è insieme
omaggio e visione, memoria e presenza viva. Non una celebrazione formale, ma un
attraversamento dell’essere. Le nuove opere pittoriche si concentrano sul piede come
archetipo del cammino umano e spirituale: un segno primordiale che racconta la fatica,
la ricerca, l’elevazione.
La superficie delle tele diventa materica, vibrante, quasi scorticata, mentre il colore si
stratifica come esperienza vissuta, tra luce e ombra, tra ferita ed illuminazione.
“A piedi scalzi” nasce sulla scia del “Saio più grande del mondo”, l’installazione
monumentale realizzata da Borozan nel 2013 a Santa Maria Maggiore di Assisisi.
Un’opera destinata a lasciare un segno profondo nel panorama artistico contemporaneo:
un tributo potente, vibrante e spiritualmente universale che va oltre il simbolo
trasformandosi in esperienza viva.
Igor Borozan si conferma artista trasversale, la sua ricerca affonda le radici in un viaggio
che parte da lontano, attraversando culture, sensibilità e visioni differenti, per giungere
ad una sintesi espressiva potente e personale.
In questo percorso dedicato al Santo di Assisi, Borozan supera la dimensione
devozionale per entrare in quella universale. Il piede non è dettaglio anatomico, ma
presenza simbolica: è l’uomo che attraversa la terra, che si misura con i propri limiti,
scegliendo la semplicità e l’autenticità come atto rivoluzionario. Camminare a piedi nudi,
nella visione di Borozan, diventa così metafora assoluta di autenticità e libertà
dell’essere. È la decisione di esporsi, di sentire ogni asperità senza filtri, di abitare il
mondo con verità. Il piede nudo accetta la durezza del suolo e la trasforma in
consapevolezza; non fugge il dolore, ma lo integra nel proprio passo.
Il suo cammino creativo indaga le sfere sottili dell’esistenza, travalicando l’aspetto
puramente religioso per abbracciare insieme sacro e profano, luce e ombra. Non si tratta
di un omaggio confinato alla dimensione devozionale, ma di una riflessione universale
sull’uomo, sulla fragilità e sulla grandezza dell’essere.
Le sue opere pittoriche, ruvide e autentiche, sono attraversate da una materia viva,
quasi scabra, che respira sulla superficie della tela. Il colore non è semplice elemento
estetico, ma narrazione emotiva: racconta una poetica intensa e suggestiva, fatta di
stratificazioni, graffi, vibrazioni cromatiche che evocano interiorità profonde e paesaggi
dell’anima.
“A piedi scalzi” si configura così come un ponte tra epoche e coscienze, un’opera che
invita a spogliarsi del superfluo per ritrovare l’essenziale, nel segno di un messaggio
che, a ottocento anni di distanza, continua a parlare al cuore dell’uomo con forza
sorprendente.
La sua ricerca unisce tensione spirituale e forza terrena, in un dialogo continuo tra
interiorità e materia, non semplice opera, ma gesto coerente con l’intera poetica
dell’artista — un atto di spoliazione che diventa pelle collettiva, simbolo tangibile di
umiltà e rinascita.

