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EMERGENZA COVID-19. Il 15 ottobre nuovo dpcm, cosa potrebbe cambiare

Roma: l’emergenza coronavirus porta il governo a studiare nuove limitazioni per il Dpcm del 15 ottobre che porterà con sé inevitabilmente una nuova stretta anche se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte esclude ufficialmente un nuovo lockdown nazionale.

Ieri il bollettino della protezione civile ha segnato quota 4458 nuovi contagi a fronte di 128.098 tamponi effettuati. Sono inoltre stati registrati altri 22 morti, che portano il totale a 36.083 dall’inizio dell’emergenza. Ma il governo è diviso tra chi vorrebbe introdurre da subito restrizioni drastiche – come il ministro della Salute Roberto Speranza – e chi è invece terrorizzato per gli effetti che avrebbero su un’economia già devastata nel 2020 dal primo lockdown.

Per questo per ora la parola d’ordine è “prendere tempo“. Aspettare per vedere se la situazione si normalizza e se è possibile riuscire a convivere in autunno e in inverno con il virus senza ingolfare gli ospedali e quindi aspettare fino all’ultimo prima di prendere decisioni drastiche che torneranno inevitabilmente a colpire le libertà personali.

Però se la situazione precipitasse le misure drastiche sono già pronte. Ovvero:

  • Mini-lockdown territoriali
  • Coprifuoco per i locali pubblici come bar e ristoranti con chiusure anticipate alle 22 o alle 23
  • Limitazioni di presenze per feste e cerimonie
  • Limitazioni di presenze negli esercizi commerciali
  • Stop agli assembramenti davanti alle scuole, agli uffici e nei luoghi pubblici (compresi i trasporti)
  • Divieti di accesso nelle strutture sanitarie per le visite ai malati
  • Abbassamento drastico del numero di presenze per le attività sportive nei luoghi chiusi, comprese le palestre

Questo e altro potrebbe contenere il Dpcm in preparazione per il 15 ottobre. Ma c’è un problema. Nessuna di queste norme andrebbe a impattare su un veicolo del contagio che è considerato tra i più pericolosi: quello familiare. Per metterci una pezza il governo potrebbe anche provare a vietare le visite ai parenti, ma questo avrebbe inevitabilmente il sapore di una stretta molto simile a quella del lockdown di marzo.

Intanto, spiega oggi Repubblica, il Comitato Tecnico Scientifico ha predisposto un piano in cui indica i provvedimenti da prendere in base alla gravità della situazione nel Paese o in alcune aree. Quattro gli scenari disegnati, di cui uno prevede che la trasmissibilità del virus sia «sostenuta e diffusa, ma gestibile dal sistema sanitario nel breve-medio periodo». Proprio la situazione in cui versa adesso l’Italia. All’interno della quale vanno però valutati i contesti territoriali, la cui classificazione del rischio può essere diversa.

Se è alto o molto alto, come già in appare in alcune Regioni, secondo il Cts si andrebbe incontro a «zone rosse e lockdown temporanei con riapertura possibile solo se accompagnata da riduzione dell’incidenza dell’Rt sotto i valori di soglia». In tal caso potrebbero essere interrotte le attività sociali/culturali «a maggior rischio assembramenti» e anche certe attività produttive. Inoltre si ipotizzano «possibili restrizioni della mobilità interregionale e intraregionale».

Per le scuole non scatterebbe ancora la chiusura. Tuttavia si potrebbe introdurre l’obbligo della mascherina anche se in classe c’è il metro di distanza; sospendere alcuni insegnamenti (educazione fisica, laboratori, musica); scaglionare le lezioni tra mattina e pomeriggio. E verrebbe ampliata la didattica a distanza. Infine, se i problemi con numero dei casi e focolai (e un Rt superiore a 1,5) durassero oltre tre settimane, lockdown e chiusura di scuole e università scatterebbero subito.

In questa ottica il governo studia anche la situazione dei trasporti pubblici che viaggiano spesso a capienza piena nonostante dovrebbero essere occupati all’80 per cento. Per i ristoranti, spiega oggi il Corriere della Sera, oltre a imporre la chiusura alle 23 o alle 24 — nella convinzione che in questo modo si riesca a limitare la circolazione delle persone e in particolare dei giovani in strade e piazze con relativo assembramento — una delle ipotesi allo studio è la limitazione dei posti a tavola proprio per favorire il distanziamento.
Intanto Giuseppe Ippolito, direttore dell’Istituto Spallanzani, spiega che il boom dei contagi è dovuto principalmente “all’incremento del tasso di mobilità della popolazione, alla coda lunga delle vacanze, all’abbassamento della guardia in alcune situazioni come la movida notturna. Non bisogna dimenticare che l’aumento dei contagi può anche dipendere, ma solo in parte, dall’aumento del numero dei tamponi effettuati. Certo la situazione è in rapida evoluzione, il virus circola in maniera sostenuta e gli ultimi dati sono fonte di preoccupazione“.

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