La critica politica può dare fastidio. È umano. Chi governa, chi assume decisioni e si espone quotidianamente al giudizio pubblico può certamente provare irritazione davanti a una contestazione, soprattutto quando questa è insistente, severa o mette in discussione il proprio operato.
Ma proprio qui sta una delle differenze tra chi interpreta la politica come esercizio del potere e chi la interpreta come responsabilità pubblica: la capacità di accettare la critica.
Un amministratore, un sindaco, un assessore, un parlamentare o un esponente di governo non può pretendere che intorno alle proprie decisioni ci sia soltanto consenso. La politica vive di confronto, di domande, di obiezioni e, inevitabilmente, anche di voci contrarie.
E spesso quelle che vengono percepite come “voci contrarie” non sono affatto contrarie per principio. Raccontano semplicemente fatti, pongono domande, evidenziano problemi, mettono a confronto ciò che è stato annunciato con ciò che è stato effettivamente realizzato.
Un fatto non diventa meno vero perché viene raccontato da un giornale o da una voce critica.
Questo dovrebbe essere un principio elementare del confronto pubblico. Si può contestare l’interpretazione di un fatto, si possono fornire spiegazioni diverse, si possono correggere eventuali errori. Ma la risposta alla critica non può essere quella di delegittimare, per partito preso, chi la formula.
La politica, del resto, ha bisogno proprio di questo: di qualcuno che faccia domande quando sarebbe più comodo non farle, che segnali una contraddizione, che chieda conto di una promessa, di una scelta, di una spesa, di un risultato.
Perché governare nel silenzio dei media e dell’opposizione non è possibile, né sarebbe auspicabile.
Un’opposizione che non contesta e un’informazione che non verifica non rendono necessariamente migliore chi governa. Al contrario, rischiano di privare la classe dirigente di quel controllo esterno che è parte fisiologica di ogni democrazia.
E allora la critica va distinta dall’attacco personale, così come l’informazione va distinta dalla polemica. Ma la soluzione non è chiedere meno critica: è pretendere più rigore da tutti.
Da chi governa, che deve rispondere nel merito senza essere permaloso davanti alle contestazioni.
Da chi fa opposizione, che deve criticare sulla base di fatti e argomenti.
E da chi fa informazione, che ha il dovere di verificare, documentare e raccontare anche ciò che può risultare scomodo.
Chi ricopre un incarico pubblico dovrebbe ricordare che il consenso non è un diritto acquisito e che il dissenso non è un’offesa personale.
La politica non può pretendere applausi. Deve accettare domande.
E quando quelle domande sono fondate su fatti oggettivi, la risposta più seria non è prendersela con chi le pone. È rispondere.
