Nella giornata di mercoledì 20 maggio, presso l’IC “Falcone-Guarano”, si è svolta una manifestazione di carattere pedagogico- divulgativo, in occasione della celebrazione della “Giornata Nazionale della Legalità”- in commemorazione delle vittime della Strage di Capaci del 23 maggio 1992, attentato di stampo terroristico-mafioso, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e collega Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani- intitolata, quest’anno, alla memoria del giornalista napoletano Giancarlo Siani, assassinato per mano della Camorra il 23 settembre 1985. Nel quadro dell’evento, che ha visto protagonisti gli alunni del plesso “Guarano” – impegnati in icastiche e commoventi esibizioni artistiche canore sulle note di “Carcere e’ mare”, “Signor Tenente”, “Guapparia”, “O’ bene e o’ male”, “Nun è giusto”- ha avuto luogo la presentazione del volume “Il ragazzo che amava la vita. Giancarlo Siani” dello scrittore e giornalista Raffaele Sardo, che ne traccia i contorni più candidamente umani, offrendo un ritratto intimistico ed autenticamente originale di un ragazzo, la cui vita, opera e slancio vitale sono stati trasfigurati, smaterializzandone la figura fino alla sua elevazione a simbolo e icona, e alla sua incarnazione a immagine stessa della lotta contro la Camorra. Giancarlo è diventato, nel corso di decenni, la voce stessa della libertà, in lui si sintetizzano i tratti della resistenza, la sua penna si tinge del sangue suo e di tutte le vittime innocenti e nella forza della sua parola libera dalle catene del silenzio. Ma Raffaele Sardo ci consegna un Giancarlo umanamente concreto, reale, amante e amico, fratello e figlio, sportivo e appassionato, lo svuota dell’alone di “sacralità” di cui è ammantato e lo riporta in vita attraverso le parole del fratello, Paolo, e della fidanzata, Daniela Rossignaud. Una testimonianza preziosa che non solo rivela la prepotenza di un dolore che non smette mai di tormentare i familiari delle vittime innocenti di mafia, ma svela anche l’inintelligibilità del delitto Siani, colpevole solo di quello che Antonio Franchini definisce “reato di scrittura”, la colpa di voler dire la verità a tutti i costi, senza tener conto delle conseguenze.
La figura del Siani “Giornalista-giornalista” e le non-ragioni della sua uccisione offrono un doveroso ed essenziale spunto di riflessione sociale ed antropologica; egli si fa personificazione e misura di una lotta collettiva, civica, di un impegno etico che trascende ogni caratterizzazione giuridica e di diritto -che pure è un obbligo morale comune- per abbracciare una concezione universalistica, intersezionale più ampia, a tratti “emotiva”, della legalità. La lotta alle mafie, male endemico che avvelena il tessuto sociale già nel suo seme incontaminato, quello della gioventù – soprattutto e spesso emarginata, calata in contesti di degrado e di abbandono-, è innanzitutto una presa di posizione dinanzi alla nostra coscienza. È battaglia individuale, raschiamento viscerale e decostruzione complessiva da posture, approcci privati e condotte pratiche in cui già si fa largo la strada della violenza, della sopraffazione, della disposizione all’accettazione passiva del sopruso. Ed è un pronunciamento limpido ed una scelta netta di fronte alla collettività tutta e al mondo che intendiamo modellare. Conflitto intimo e guerra dichiarata alla distruzione della nostra umanità, essa deve in ogni caso esplicarsi nella tutela della marginalità, nel rispetto dell’altro nella sua individualità, nella garanzia della sicurezza -nei termini della cura e non nel significato reazionario-repressivo dell’etimo- nella tutela del patrimonio artistico-culturale -il vandalismo non è già forse una “pratica mafiosa” in nuce e de facto?- nella salvaguardia dell’ecosistema dalle ecomafie. La violenza che conduce alla barbarie della mafia, e di cui essa di nutre, è un problema strutturale di cui prepotenze, angherie, aggressioni, torture ed assassini sono solo l’epifenomeno.
Il presupposto da cui partire per una meditazione funzionale sul significato di legalità, che abbia una concreta aderenza al reale, e sulle radici psicologiche e sociologiche della violenza- di cui la mafia è solo la più pericolosa e manifesta punta dell’iceberg- è l’uso quotidiano, impercettibile e impercepito, che noi facciamo, in maniera a tratti sottile, della violenza stessa, nel linguaggio, negli spazi sociali, nell’approccio agli eventi e nella forma mentis della cultura androcentrica che ci ha forgiato. È la violenza della discussione politica, della marginalizzazione della differenza e della colpevolizzazione e delegittimazione delle minoranze- che sempre fa capolino nei periodi di recessione economica e culturale-, è la violenza etero-normativa e patriarcale sulle donne. È la violenza giovanile. La ferita più lacerante nel cuore pulsante e vitale della società. Al di là della semplicistica e populistica colpevolizzazione di ragazzi e delle famiglie, l’interrogativo aperto è legato alla dilagante e spaventosa crescita del fenomeno di massiccia mafiosizzazione della componente giovanile, in maniera così pervasiva ed egemonica da non poter più essere relegata alla scelta individuale di abbandonarsi alla “cattiva strada”.
Per costruire “un’etica della legalità”, occorre disinsegnare e disimparare la violenza e fornire gli strumenti, culturali e materiali-centri di aggregazione, associazioni, spazi destinati ai giovani, luoghi standard della cultura, come cinema, biblioteche, teatri, parchi- che consentano la possibilità a tutte e tutti di compiere una scelta, di perseguire la strada della giustizia, nell’ideale e nel sogno di giungere a sradicare, erbaccia dopo erbaccia, la malerba della mafia.
E il “Golgota della legalità”, il luogo della salvezza dalla deriva per eccellenza, non può che essere la Scuola. Colui che apre una porta di una scuola, chiude una prigione.
L’evento, organizzato e moderato dal docente Massimiliano Maja, ha visto la partecipazione e gli interventi della preside dell’IC “Falcone-Guarano”, la dottoressa Gina Buglione -che ha sottolineato come la legalità sia “uno stato mentale, prima ancora che un dovere civico”, evidenziando la necessità di viverla nella quotidianità, mediante il rispetto reciproco, e puntando sul valore dell’istruzione e dell’educazione scolastiche-, del comandante dei Carabinieri di Melito, il tenente Sberna -che ha assicurato la vicinanza dell’Arma alla comunità scolastica e alla gioventù tutta, ponendo l’accento sulla volontà di costruire un dialogo costruttivo e risolutivo di natura preventiva-, di un rappresentante del Consiglio d’Istituto della “Guarano”, l’avvocato Caiazza- che rinnovato i ringraziamenti al corpo docenti, sottolineando la forza e il valore istruttivo delle manifestazioni culturali che vedono coinvolta la platea scolastica.
Presente alla kermesse anche la dottoressa Di Mauro, Procuratore Aggiunto del Tribunale Napoli Nord, che ha ribadito il ruolo cruciale rivestito dalla scuola nella battaglia alle mafie: “Per molto tempo la lotta è stata relegata ai Carabinieri e alla Magistratura. Ma essa appartiene a tutti noi; è il modo in cui interpretiamo la vita. È una pratica quotidiana, che si costruisce con azioni, opere, facendo il proprio dovere civico possiamo farci portavoce di legalità. La violenza non è forza, è debolezza”. Ha evidenziato, per altro, il fil rouge esistente tra l’omicidio Siani e gli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino: “Mi piace il fatto di aver pensato a Siani, la cui uccisione ha un filo conduttore che la lega alle uccisioni di Falcone e Borsellino. Il clan maranese dei Nuvoletta era espressione della mafia siciliana in Campania. Siani ha pagato il prezzo di aver, con occhio attento e disincantato, analizzato e svelato le dinamiche mafiose. Ma ricordate che, quando si ammazza una persona, non si elimina il problema. È un boomerang. E la risposta a queste stragi, alla violenza, nel nome della legalità è un gomitolo di lana che si arricchisce giorno dopo giorno. Come diceva Falcone, «Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini»”.
Di grande rilievo e spessore anche gli interventi dell’attivista di “Libera Giugliano”- associazione intitolata a Mena Morlando, giovane maestra vittima innocente di camorra- Francesca Nardelli, che ha posto l’accento sul binomio tra memoria ed impegno sociale e sulla forza della parola e dell’importanza di di non voltarsi dall’altra parte, di “emarginare il silenzio” ; del Presidente dell’associazione “Terra Viva”- che si occupa della gestione e valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata e del contrasto alla violenza contro le donne e i minori-, il dottor Salvatore De Maio, che ha raccontato al pubblico della rivalorizzazione di un bene confiscato alla camorra -la casa del killer di Giancarlo Siani, a Marano- gestito ora dai volontari; del giornalista e responsabile dell’area comunicazione della “Fondazione Polis”, Cristiano Faranna, che ha ricordato tutte le vittime della criminalità organizzata, anche le meno famose, migranti come Petru, suonatore di fisarmonica nella Cumana di Napoli ; del fondatore del progetto “Vicolo della Cultura”, Davide D’Errico, la cui scelta di dedicarsi alla costruzione di una cultura della legalità nasce anche dalla perdita di suo nonno, Lucio, vittima innocente di camorra: “Quando arrivarono da lui, dopo che si era rifiutato di pagare il pizzo, mise la sua pancia contro la pistola e cominciò a spingere, Il colpo partì. Gli eroi del nostro tempo li riconosciamo da come mettono le loro pance davanti agli ostacoli”.
“Mi chiamo Giancarlo Siani, forse non tutti sanno chi sono.
Quando sono andato via, o meglio quando hanno deciso di farmi andar via, molti di voi non erano ancora nati.
Sono passati quarant’anni, eppure il tempo, da qui, ha un sapore diverso. Non scorre come lo ricordavo: si ferma sulle immagini, sui volti, sulle parole non finite.
Io resto lì, in quei ventisei anni che non ho avuto modo di superare, mentre voi siete andati avanti, tra cambiamenti, conquiste e nuove paure.
Mi chiedo spesso cosa sia rimasto di quel ragazzo con la Vespa e il taccuino, di quella voglia ostinata di capire e raccontare.
Alla mia morte mi hanno chiamato eroe. Ma io non sono stato un eroe, né volevo esserlo. Ho pagato con la vita soltanto perché amavo il mio lavoro e volevo farlo nel migliore dei modi. Volevo dare un nome alle cose, togliere l’ombra dove altri preferivano il silenzio.
Scrivere, per me, era un modo per stare dalla parte giusta, anche quando faceva paura.
Napoli era la mia casa, con le sue contraddizioni, la sua bellezza fragile, i suoi dolori nascosti sotto il rumore dei motorini e delle voci nei vicoli. La amavo proprio per questo: perché aveva bisogno di essere raccontata senza filtri, senza bugie. E continuo ad amarla, da lontano, sperando che qualcuno continui a guardarla con occhi sinceri.
A voi, che ascoltate le mie parole oggi, chiedo una cosa semplice ma difficile: non voltatevi dall’altra parte. La verità non è mai comoda, ma è necessaria. Ogni volta che scegliete di informarvi, di capire, di non accettare ciò che vi viene dato senza fare domande, compite un gesto di coraggio. E il coraggio, credetemi, è contagioso.
Non lasciate che la memoria diventi solo una ricorrenza. La memoria deve essere viva, scomoda, capace di farvi arrabbiare e reagire. Non serve ricordare me, serve ricordare perché sono stato fermato. Serve continuare quello sguardo curioso e ostinato che cerca la verità, anche quando sembra nascosta sotto strati di paura e indifferenza.
Se oggi qualcuno prende una penna in mano, apre un computer, accende una telecamera e decide di raccontare ciò che altri vorrebbero tenere nascosto, allora forse qualcosa di me è rimasto davvero. E questo basta.
Vi lascio con un pensiero che non ho mai scritto, ma che sentivo ogni giorno: la libertà non è un’idea astratta, è fatta di scelte quotidiane. Anche piccole. Anche silenziose. Ma sempre importanti.
Continuate a scegliere
Mi hanno tolto la vita ma non la voce.” (Lettera degli alunni dell’IC “Falcone-Guarano”)
Nel nome di Falcone. Borsellino. Don Peppe Diana. Anna Nocera. Salvatore Nuvoletta. Annalisa Durante. Nel nome di Giancarlo e di tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata.
Mai più. E mai nel nostro nome.

