Madre, dal latino mater, colei che ha concepito e partorito, genitrice e nutrice.

L’etimologia della parola madre è veramente molto antica, riferendosi, in primis, alla donna che mette al mondo una creatura; altre accezioni fanno allusione alla materia amorfa che ha edificato l’universo o alla madre-matrigna leopardiana indifferente al destino degli uomini sulla terra.

Quando si ragiona sulla figura della madre intesa come mamma, il luogo comune descrive una donna intenta a crescere i figli, completamente immersa nel suo ruolo, annullando tutto il resto.

È doveroso sottolineare quanto la maternità, analizzata al giorno d’oggi, sia ricca di contraddizioni, di pregiudizi e di luoghi comuni.

È chiaro che diventare madre cambi totalmente il modus pensandi e operandi di una donna, ponendo al primo posto la prole generata con amore; nonostante la premessa, doverosa ma scontata, la maternità ha in sé un lato d’ombra estremamente delicato in cui la donna, come donna, sparisce completamente.

Cosa accade? Perché, seppur coscientemente e con dedizione, la madre -se diviene tale- deve solo essere madre? La maternità è un ruolo?

In una recente intervista, Luciana Littizzetto (comica, attrice e presentatrice) ha affermato che, cito le sue parole: «la maternità è un fenomeno naturale che avviene più o meno da Eva in poi. Quindi se una donna viene e dice “aspetto un bambino” è normale. Una donna che ha un bambino vive una condizione complicata: quando ritorna al lavoro dopo aver partorito, deve tornare e non essere demansionata. Deve fare quello che faceva prima perché è la stessa di prima».

Come non essere d’accordo?

Nella società odierna, frenetica e competitiva, una donna/madre è limitata e limitante; chi ha deciso che la vita privata non possaessere conciliata con quella lavorativa? A quale scopo demansionarla? 

Lo snodo della questione è delicato: la pretensione. 

Si pretende la perfezione, l’energia dedicata completamente al lavoro, senza possibilità alcuna di far combaciare l’essere donnain carriera e l’essere mamma.

La maternità non incarna un ruolo: esiste la libertà di mettere al mondo un figlio, di adottarlo o di prendersene cura in qualsivoglia modo possibile; tale libertà non deve escludere la volontà di affermarsi nel mondo lavorativo.

Numerosi luoghi comuni fanno da pubblico alla maternità, ne elenco alcuni:

• Se hai un figlio, devi volerne due: non importa la componente emotiva, psicologica, fisica. Non importano i traumi.

• Se non hai figli sei donna a metà.

• Se hai più di due figli sei una genitrice e, come tale, non puoi pensare ad altro.

• Se hai figli e sei una donna in carriera occorre obbligatoriamente fare una scelta. Si escludono. Non combaciano.

I punti sopra elencati sono sintomo di una società malsana senza empatia. Senza decoro per l’essere umano donna, sciolta da qualsiasi vincolo, assoluta, che basta a sé stessa.

L’essere madre non è e non deve essere un limite.

La mamma può stabilire se essere mamma, donna in carriera, entrambe o nessuna, in qualunque ordine voglia; nessuno -se non sé stessa- può essere determinante per la sua vita!

 

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