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MORTE MARADONA. La storia del “rivoluzionario” socialista tra pallone e politica, morto lo stesso giorno di Fidel Castro.

Argentina: Da giocatore faceva parlare con il suo sinistro, le magie, la gioia nei cuori delle persone, da ex calciatore ha fatto parlare anche in politica. Non ha mai nascosto l’odio che provava da uomo di sinistra nel vedere tutti questi soldi nel calcio e le ingiustizie nel mondo.

Nei suoi 60anni di vita anni ha girato il mondo, ha conosciuto i più grandi leader politici del pianeta. Ha sostenuto tanti leader che hanno provato a mettere le persone al centro, stringendo una stretta amicizia con Hugo Chavez, Fidel Castro.

I due leader sudamericani più importanti del ‘900, hanno visto in Diego un “erede” politico. Un uomo che è in grado di conversare con tutto il mondo, Occidente ed Oriente, Nord e Sud, perché è famoso in tutto il mondo. Chavez e Fidel hanno convertito ed investito Maradona del Verbo Rivoluzionario che bisogna essere inseminato in tutto il pianeta affinché la visione capitalistica (secondo il loro punto di vista, cattiva), non prenda il sopravvento.

Maradona è cambiato molto con Chavez, Fidel e Maduro. Diego prima di ritirarsi era un cavallo pazzo, non solo travolto dai vizi, ma anche nel modo di approcciarsi all’ambiente politico. Nella sua autobiografia “Io sono El Diego” racconta di quando a colloquio con Giovanni Paolo II chiede al Sommo Pontefice di fare qualcosa di concreto per aiutare i poveri e vendere i beni, sempre nella biografia parla del pensiero condiviso con Marx e con i grandi comunisti dell’America Latina ma è dal ritiro e dalla cura dimagrante mista a disintossicazione che Fidel Castro gli ha permesso di fare a Cuba (imposto?) che Maradona è poi diventato un militante attivo. Ha sostenuto Dilma e Lula, dichiarandosi un loro soldato, ma non solo i leader brasiliani: Daniel Ortega in Nicaragua che lo ha insignito dell’Ordine Sandinista e con sua moglie Rosario Murillo, grandissima poetessa del Sudamerica, e soprattutto ha sostenuto la Kirchner nelle elezioni svoltesi in Argentina criticando aspramente le mosse del “L’imprenditore” Mauricio Macri, ex presidente del Boca Juniors tra l’altro. A Maradona piaceva molto l’idea anti-americana dell’ex presidente dell’Iran, anche se non amava le mire antigiudaiche che aveva. Nonostante tutto, il gesto fece scoppiare un vespaio di polemiche in tutto il mondo, con la comunità ebraica in Argentina che pretese le scuse del Pibe. Scuse non pervenute.

Inutile ricordare l’amicizia con Evo Morales e Pepe Mujica, il presidente uruguagio che si è tagliato lo stipendio ed andava in giro in utilitaria e sandaletti, che in passato aveva combattuto per la rivoluzione imbracciando un fucile, o ancora la stima che prova nei confronti di Rafael Correa, ex presidente dell’Ecuador, molto meno estremista dei sopracitati leader socialisti e che ha voluto capire i pregi ed i difetti dell’Occidente studiandoli dall’interno, prima in Belgio, poi negli Stati Uniti stessi. Ed è questo che Maradona ama di Correa: il fatto di essere il futuro politico dell’America Latina, un rivoluzionario moderno che non viene dalle campagne abbracciando un AK-47, ma che ha toccato con mano i pregi ed i difetti del capitalismo. Anche Maradona ha cambiato Chavez e Fidel Castro però. In gioventù i due leader non erano grandi appassionati di calcio. Lo sport che regnava nelle due nazioni era il baseball (tant’è che negli anni ’90 e a inizio 2000 in MLB la stragrande maggioranza dei giocatori era latina, oggi giapponese invece), ed i due si sono appassionati al calcio solo in seguito, grazie all’influenza di Maradona, ed anche perché il bolivarista presidente di Caracas ha seguito le orme di molti suoi predecessori e ha cominciato a puntare sugli sport a dimensione globale, molto più di Fidel Castro.

Alla Copa America del 2011 leggendario il live tweetting di Chavez che guarda la partita del Venezuela con Fidel Castro, e Maradona ha investito in prima persona, e fatto investire soprattutto a Chavez, molti quattrini nella costruzione di campi di gioco e scuole calcio per i bambini meno fortunati.

In un comizio nel 2009, Diego si presentò alla destra di Chavez con la maglietta “Con Chavez, sì allo sport”. Chavez vinse, poi si ammalò e andò a Cuba dall’amico Fidel per curarsi. Maradona partì per gli Emirati in vista di una nuova carriera dirigenziale e da allenatore ma con uno sguardo sempre rivolto al leader del Venezuela: “Prego per lui, lo amo”.

Con Fidel c’era un rapporto molto più confidenziale, mentre con Chavez è di riverenza. Diego si è tatuato il volto di Fidel Castro, come si è tatuato il volto di Ernesto “Che” Guevara e considera Castro un eroe ed una figura emblematica dell’umanità. Poi il caso ha proprio voluto che Diego e Fidel siano morti lo stesso giorno: il 25 novembre. La riverenza con Chavez nasce sempre dall’odio di Maradona per gli Stati Uniti. Per Maradona è lì il punto. “Chavez ha liberato il Sudamerica dalle grinfie degli Stati Uniti d’America. Ci ha presi per mano e ci ha fatto alzare la testa, rendendoci orgogliosi di essere latini e camminare da soli“.

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